Da un’analisi condotta da “Il Sole24ore” emerge che le donne italiane sono ancora relegate in posizioni di serie B nelle aziende. Gli uomini ritengono che ciò sia dovuto al doppio carico lavoro-famiglia. Hanno, in effetti, ragione, perché ancora oggi nel nostro Paese non sono state attuate misure volte a concedere congedi parentali flessibili alle donne che lavorano, a sviluppare il tele-lavoro, ad istituire asili nido aziendali e a potenziare e migliorare il part-time.
Nel caso dei congedi parentali in Italia esiste solo la formula “aut aut”, ovvero o il padre o la madre, e nella maggior parte dei casi a godere del congedo è la madre che tende ad utilizzarlo al punto da pregiudicare la sua crescita professionale.
Il tele-lavoro è tuttora visto come un lavoro complementare, ma non sostitutivo di quello in loco. Non esiste una cultura del lavoro delle donne. Si è un po’ rimasti al modello “male breadwinner”, capofamiglia unico percettore di reddito.
Gli asili nido aziendali sono ancora guardati con sospetto, perché le madri spesso preferiscono, ove possibile, ricorrere ai nonni. Il part-time, infine, è uno strumento mal utilizzato in Italia, perché non è accompagnato da percorsi di formazione e rischia di diventare, secondo la sociologa Adriana Signorelli, una trappola per le donne che ricorrono ad esso al rientro al lavoro dopo la maternità, perché crea un fenomeno di segregazione. Non esistono strumenti miracolosi, ma piuttosto esistono metodi e modalità di utilizzo efficaci se utilizzati ad hoc.
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